02 NOVEMBRE 1917 - DIARIO INVASIONE

2 NOVEMBRE. – Con molta difficoltà sono arrivato a Motta. Partii da Venezia col dubbio di non potervi giungere per la via di Treviso, ma di dover far ritorno a Mestre per prendere la linea di Portogruaro sino ad un certo punto, e poi fare una lunga strada a piedi, e arrivato che fossi, trovare tutti dispersi, tante erano le brutte nuove che si divulgavano a Venezia. Sono venuto per aiuto e conforto del mio vecchio padre, solo in casa con due mie cognate e una frotta di bambini: due miei fratelli sono sotto le armi, ed un terzo è sotto osservazione medica militare, né si sa se farà ritorno. Se la mia presenza potrà giovare qualche cosa anche e quest’insigne Santuario [La Basilica di S. Maria dei Miracoli, monumento nazionale, opera del Sansovino e del suo collaboratore P.F. Zorzi, francescano.], cui il mio cuore è tanto legato, me felice.
Alla stazione di Treviso – dove nessuno sapeva dire se il treno per Motta partisse o quando – che miserando spettacolo di profughi friulani da dovere con difficoltà trattenere le lacrime!... Uomini pochi, donne molte, fanciulli e bambini più ancora; stanchi, pallidi, smunti, smarriti: altri sonnecchiavano seduti sui loro fardelli, pochi parlavano, nessuno rideva. Non ebbi l’animo di rivolgere a nessuno una domanda, sì triste era lo spettacolo. Tanto è stata dolorosa l’impressione riportata, che dissi tra me e me: piuttosto morire sotto le macerie della propria casa, che esporsi a tanta tribolazione.
Ero molto stanco: non ne potevo più: provavo grande bisogno di prendere qualche cosa, almeno un caffé: ma tutto era chiuso. Non ostante il pericolo di perdere il treno, che poteva partire dopo pochi minuti come dopo qualche ora, entro in città. Molti soldati, molta gente spaurita che si aggira per le vie senza un perché, tutti pensosi e silenziosi come in una processione funeraria: tutto chiuso, case, botteghe, trattorie…Finalmente vedo da lontano della gente che si affolla e s’affacenda davanti ad una finestra: - Che cos’è laggiù ? – Si vende caffè.
* Una precipitosa ritirata del nostro esercito – che per valore aveva meritatamente riscosso l’ammirazione del mondo intero – annullava in pochi giorni la guerra di due anni, e dava la patria in braccio alla desolazione, abbandonando questi fiorenti e ricchi paesi in preda al nemico. La defezione, dicono, di reparti della seconda Armata ! è stata la causa di tanto disastro: ritirata, che per il modo, la precipitosità, per le perdite in uomini e in materiale, non ha riscontro, credo, nella storia del mondo. Tutto considerato, tutto calcolato e ponderato: Digitus Dei est hic.
Quando il nostro Ministro degli Esteri proclamava in Parlamento ! (in risposta ! alla Nota diplomatica del S. Padre) “ l’inviolabilità” delle nostre frontiere, segnava l’ora e il momento - ironia delle cose – in cui il nemico, sfondate le nostre linee, varcava baldanzoso i vecchi confini della patria: Digitus Dei est hic, tanto evidente quanto vero è il fatto doloroso !
Si credeva che Motta fosse già evacuata sotto la terribile pressione tedesca ( Dico tedesca per acconsentire al linguaggio popolare. Per noi tutto ciò che è oltre le Alpi è “todesco”.) : l’evacuazione non è imposta, anzi dalle autorità militari neppur consigliata, ma già delle famiglie ricche e benestanti della città, altre sono fuggite ed altre vi si preparano.