03 NOVEMBRE 1917 - DIARIO INVASIONE
3 e 6 NOVEMBRE. - I nostri si sono messi in capo di sbarrare il corso del Monticano per allagare il paese e le strade. Il lavoro – là dove il fiume lascia il corso vecchio per prendere il nuovo in direzione di Albano – tre volte cominciato, tre volte fu dall’acqua demolito.
A dire il vero eravamo in una certa apprensione, ben sapendo che il Genio militare Italiano, quando vuole, giunge a fare prodigi: ma recatomi sul luogo, mi convinsi facilmente che era tempo e opera perduta. Non è con sacchi di terra disposti a muraglia che si ferma il corso di un fiume, colla pretesa di elevare le acque a cinque e forse più metri per farle traboccare dagli argini. Se il lavoro fosse stato intrapreso qualche metro più in basso facendo riprendere il vecchio letto dalle acque crescenti, forse…avrebbe approdato a qualche cosa.
* Precipitosa, disastrosa, desolante è la ritirata di cui siamo spettatori, e per giunta intralciata dai borghesi, i quali fuggono disordinatamente verso la Piave, che purtroppo ha un sol ponte, abbinato a quello della strada ferrata. Il fischio dell’ultima nostra locomotiva in partenza si è udito ieri (cinque).
Solo chi vede può farsi un’idea quanto desolante sia lo spettacolo d’un popolo che cerca ansiosamente ogni mezzo per fuggire impazzito davanti a un nemico incalzante e che ben sa essere crudele. Mi sono recato spesso in paese: è uno smarrimento, è la confusione delle menti: per farsene un’idea, nessuno, dirò così, conosce più nessuno. Un po’ più di calma si conserva dalla popolazione rurale, forse perché pensa di aver meno da perdere che i ricchi. Del resto dietro lo spettacolo veduto a Treviso e dietro quanto si vede accadere lungo questa strada provinciale, mi persuado sempre più che chi non dispone di capitali e di mezzi, è meglio si affidi alla Provvidenza attendendo gli eventi nella propria casa, che esporsi a morire stritolato tra i carri bellici che s’incalzano, o di freddo e di stenti lungo la via.
* Si vedono grandi incendii e grandi fumate verso il Tagliamento: brutti indizi; sono gli ultimi atti dello sgombro delle nostre truppe. Man mano che le pattuglie nemiche avanzano, i nostri si ritirano facendo una resistenza atta solo a rallentarne la corsa. Fortuna per noi che la Livenza non è fortificata: vi restano solo poche truppe di retroguardia (una Divisione, dicono) a servire di copertura.
* E’ uscito in questi giorni un bando del Comando Supremo che chiama “per lavori” tutti i maschi dagli anni 15 ai 60 esistenti fra il Tagliamento e la Piave. Indizio anche questo che la ritirata almeno sino alla Piave è cortissima.
Mi sono incontrato col maresciallo dei Carabinieri che si accingeva a partire co’ suoi per cedere il posto ai Carabinieri da campo i quali lo terranno forse per poche ore, certo per pochi giorni. – Se si potesse ridire la desolante impressione di questi preparativi !...
- Eglino partono, dissi, e ci abbandonano alla discrezione di qualunque furfante !...
- Un sospiro è stata la risposta: - E lei resta ? Mi chiese.
- Si, risposi.
- Fa bene, che potrà essere di qualche conforto a queste disgraziate popolazioni: Giorni molto tristi sono imminenti…
* Ha fatto ritorno, inaspettato, riformato definitivamente, mio fratello Luigi. Ringraziato siane il Signore. Da Padova a Treviso, in treno, impiegando la bellezza di dodici ore: da Treviso a Motta, a piedi, con una lunga sosta a mezza via attendendo il momento propizio di varcare il ponte sulla Piave. Il movimento tumultuario e la ressa di chi fugge, è qualche cosa d’indescrivibile, mi disse.
* Ho potuto finalmente persuadere mio fratello Sante – soldato di sanità, in licenza – che non c’era più tempo da perdere, e che bisognava partire. Così pure mio fratello Luigi volle che subito, la sera stessa, partisse suo figlio maggiore di anni 17. Altrettanto fece mio cugino A. Giganotto con un suo figlio. Il Signore li benedica: il loro Angelo buono li accompagni e ce li restituisca incolumi. (Mio fratello Sante è morto presso Padova nel Settembre 1918.)