19 AGOSTO 1918 - DIARIO INVASIONE
19 AG0STO. – E’ un gran parlare che si fa d’una prossima avanzata dei nostri: persuasione generalizzata nel popolo e favorita anche da certe espressioni che si lasciano sfuggire soldati e ufficiali. A prescindere dal comune nostro desiderio, che ogni giorno, ogni ora addiviene più ardente, questi signori dell’ esercito invasore non mi paiono tanto serii. Sono proprio que’ dessi che qualche mese fa parlavano dell’Italia militare con compassione e disprezzo, e dicevano: "Se non fa la pace, peggio per lei: noi abbiamo i mezzi d’invadere tutta l’Italia,,. All’imminenza dell’offensiva del Giugno avevano la ferma persuasione d’ una facile rapida avanzata: Con on passo a Treviso, con uno al Brenta, con uno al Po, con un altro a Roma o chi sa dove. Fallita l’ impresa, non si sente altro, anche da persone serie, o che paiano tali: "Austria disfatta, Austria surik (indietro), Austria caput (morta),,. Ora lo scoraggiamento pare che tocchi l’apice. E’ un incessante parlare d’imminente offensiva italiana: ogni saggio di cannonate, l’hanno come un avviso di partenza.
E’ su questo che il nostro buon popolo fonda le sue persuasioni, che sin’ora sono state purtroppo illusioni. E ne discorre molto, tanto che dà un po’ sui nervi alle autorità militari, e discorrendone le persuasioni si consolidano e le illusioni crescono. Havvi, sì qualche cosa di attendibile, ma è poco per ora. Qualche piccolo successo dei nostri sui monti e al ponte della Priula, è poco. Vi sono degli indizi, e parecchi, che fanno sperar bene, ma circondati di contraddizioni. Quantunque la ritirata io l’ abbia, torno a dire, per virtualmente fatta, pure ritengo che lo sgombro non sia tanto prossimo quanto si crede. Qualche quarto d’ora m’illudo volentieri anch’io, ma solo per distrarre il pensiero dall’ orribile non lontano avvenire che ci attende. La fame ormai preme tutti, ma più dei soldati preme noi: eppure siamo nel colmo della stagione. La popolazione è un terzo di meno del normale: ma il numero dei morti in questi ultimi mesi è cresciuto in proporzione straordinaria: morti di malattie, morti di privazioni, di stenti, di miseria. Sino ad ora questo popolo martirizzato ha potuto tirar avanti con quel poco che possedeva dell’anno passato, e che ha potuto malagevolmente nascondere: ma pel futuro non sarà così. Di quella piccola, anzi esigua porzione di frumento che i produttori hanno potuto con rischi e pericoli sottrarre alla rapina, per usufruirne devono servirsi dei macinini da caffé o pestarla comunque in un bossolo di granata, e ciò con penose cautele: guai se si sapesse che qualcuno ha del frumento!
Sul raccolto del grano turco poco assegnamento si può fare: per isfamarsi in qualche maniera molti del popolo lo grattuggiano tutt’ ora fresco e lattiginoso sul grattacacio: i soldati, altri se lo mangiano crudo o lesso con tutto il torso, altri lo danno in pasto ai cavalli. Quel poco che giungerà a maturità e che sfuggirà alla rapina dei piccoli Comandi, sarà sequestrato in beneficio anzitutto di chi opera il sequestro. Di altri raccolti, come legumi, ortaggi ecc. o di altri mezzi di sussistenza, come latticini, grassi ecc., non è il caso di far parola. Così si giungerà a S. Martino che tutti i prodotti saranno pressoché consumati.
Questo stato materiale ha necessariamente la sua ripercussione sul morale di tutti. I vecchi pensano sulle cose, e i bambini soffrono dalle privazioni. Il sorriso è scomparso dalle labbra di tutti. E poi non si troverà spiegabile e compatibile che da tutti si cerchi, ambitamente, un’ illusione per quanto breve, momentanea?